Alla natura si comanda solo ubbidendole. Francis Bacon, Saggi, 1597/1625

Farmaci

Farmaco: parola derivante dall’antico greco pharmacon,  può avere due significati, il primo e più noto è quello di rimedio, il secondo sconosciuto a molti è quello di veleno.

In origine la sostanza “pharmacon”, doveva allontanare dal corpo malato lo spirito maligno che lo affliggeva e la vittima, in questo caso, poteva essere anche lo steso paziente. Il pharmacos infatti era la vittima sacrificale, il capro espiatorio: la sua uccisione consentiva di allontanare la punizione divina dalla popolazione. La pratica, in auge presso gran parte dei popoli antichi, rivelava la sua intrinseca ambiguità: con la morte certa di pochi si cercava di garantire la salvezza sperata a molti, dando così, contemporaneamente morte e vita. Questo concetto era insito nella sostanza utilizzata per il trattamento della malattia e ancora oggi lo si ritrova nella natura “ambigua” delle droghe, basti notare il termine anglosassone “drug” che può assumere due significati nettamente contrapposti: farmaco e droga. A seconda del dosaggio e, più in generale, dell’uso che se ne faceva, le sostanze impiegate potevano essere curative o tossiche. Il “nepente” è un ottimo vino sardo ma nell’ Odissea, Omero usa lo stesso termine per indicare sia il nepente – bevanda probabilmente a base di oppio che Elena offre allo sconsolato Telemaco in cerca di notizie di suo padre (Odissea, libro IV, vv. 219-234) – sia la pozione malefica con cui la maga Circe aveva trasformato i compagni di Ulisse in maiali (op. cit., X, 210-243; probabilmente un infuso di solanacee dagli effetti depersonalizzanti).

farmaci

Era così chiara l’ambiguità dei farmaci che il mondo greco l’aveva, per così dire, istituzionalizzata nel mito di Asclepio (Esculapio), la divinità che aveva appreso da Chirone gran parte dell’arte medica, ma che aveva poi acquisito, grazie a Perseo, un rimedio infallibile per liberarsi dei nemici e resuscitare gli amici: con il liquido sgorgato da un lato del collo di Medusa, dava la morte; con quello proveniente dal lato opposto dava la vita. Zeus  temendo che l’ordine dell’universo venisse sovvertito, fulminò Asclepio. Da sempre Asclepio è raffigurato quasi sempre insieme ad uno o due serpenti, che ricordano, forse, l’origine e l’ambivalenza dei suoi poteri.

Molto prima dell’antica Grecia, nella Bibbia il serpente aveva assunto l’ambiguo valore simbolico di vita e morte, fecondità e tentazione. A parte ciò che accadde nel Paradiso terrestre, nel libro dei Numeri (21, 8-9) è riportato uno dei diversi momenti di insofferenza del popolo ebraico nel deserto: erano stufi di cibarsi della solita manna. Allora Dio li punì facendoli mordere da serpenti velenosi e quando Mosè chiese aiuto a Dio, Egli consigliò il rimedio: un serpente di rame da issare su un bastone. Gli ebrei morsi dai serpenti, guardando il serpenti di rame guarivano. Ricordiamo che oggi l’emblema delle scienze mediche è un bastone con intorno uno o due serpenti attorcigliati.

Presso l’antica Cina si riteneva che i farmaci fossero animati da spiriti benigni o maligni che erano in grado di riequilibrare o, rispettivamente, alterare in modo nocivo, i due spiriti vitali. Guardando il simbolo del tao ci si rende conto di come lo yin e lo yang rappresentino i due principi opposti e complementari di causa-effetto che governano la natura dell’universo.

La lezione del passato sull’ambiguità dei farmaci, completata da Ippolito e Galeno che per primi affermarono l’importanza critica del dosaggio ottimale delle sostanze terapeutiche, è giunta sino a noi passando per le considerazioni  di Paracelso che affermava: “Nessuna sostanza è un veleno di per se stessa, ma è la dose che fa della sostanza un veleno”.

Nel corso dei secoli si è avuto un cambiamento del pensiero originale: l’effetto positivo del “pharmacon” ritenuto certo per fede è divenuto molto probabile evidenziando che la certezza è della fede; la probabilità è della scienza.

Un tempo si raccoglievano in una sola persona le funzioni curative, e lo sciamano, lo stregone, il saggio greco e cinese, curavano usando sia la parola, sia il cibo, sia il pharmacon (erbe e piante medicinali). Qualche decennio fa,  il “medico di famiglia”, quando qualcuno della famiglia si ammalava, andava a casa, si sedeva al capezzale di chi non stava bene e raccomandava cibi adatti, parlava e faceva parlare per dare sollievo, prescriveva anche farmaci. Ricordo quando il medico della mia famiglia si lavava le mani e le asciugava con l’asciugamano “quello buono” che mia madre conservava. Prendeva anche un bel caffè con la famiglia del paziente e, dopo un oretta, andava via lasciandoci tutti più rinfrancati, sia il malato stesso che gli altri componenti “sani” della famiglia. Oggi purtroppo non è più così. Se si ha bisogno di cure, oggi il medico, magari spesso anche per telefono, esegue diagnosi e prescrive cure.

Il nostro destino è scritto nei nostri geni, in un modo che stiamo iniziando a comprendere: il corredo genetico differente in ciascuno di noi fa sì che ognuno reagisca in modo del tutto peculiare e talvolta imprevedibile all’interazione con stimoli, chimici, fisici, biologici. La farmacogenomica, scienza che si interessa di come le conoscenze sul genoma umano e sui suoi prodotti (RNA e proteine) possano essere utilizzate nella scoperta e sviluppo di nuovi farmaci, promette che tra pochi anni anni saranno prodotti i primi farmaci “ad personam” e perciò l’individuo potrà assumere solo i farmaci capaci di evocare l’effetto terapeutico, senza rischio di reazioni avverse. Prospettive encomiabili e rassicuranti; ma se ci ammaliamo oggi?

Purtroppo assistiamo alla generalizzazione di un atteggiamento contraddittorio ed emotivo: da una parte sappiamo bene che l’assunzione dei farmaci è accompagnata più o meno da un certo rischio; dall’altra ci aspettiamo che il farmaco abbia quasi un potere magico, infallibile. Quando scopriamo che la medicina non è efficace come pensavamo o, peggio, che a qualcuno fa più male che bene, ci sentiamo traditi nella fiducia e mettiamo in discussione secoli di progressi documentabili, con argomentazioni non altrettanto oggettivamente suffragate. Se siamo d’accordo che i medicamenti hanno oggi un ruolo insostituibile, dobbiamo servircene nel modo più razionale e sicuro possibile. Ricordando l’etimologia del termine farmaco, potremmo far riferimento a Voltaire che nella sua opera “Zadig o il destino. Storia orientale” fa dire al saggio Zadig: ” La bile fa collerici e malsani, ma senza bile l’uomo non potrebbe vivere. Tutto quaggiù è pericoloso e tutto è necessario”.

Non dimentichiamo che chi sta male non è un “malato” ma un “uomo malato”. E’ la presenza del corpo e dello spirito; la loro reciproca interazione “taoistica” a renderlo tale ed e proprio il loro squilibrio a creare la malattia. Bisogna considerare l’Uomo nella sua completezza  per capirne l’essenza e spiegarne il funzionamento.

Chi vede la minima differenza tra anima e corpo è privo di entrambi” – Oscar Wilde

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